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Arte e pubblicità, un connubio da tenere sempre presente

arte e pubblicità

Comporre la grafica del proprio manifesto pubblicitario, del proprio depliant o del proprio espositore roll-up non è cosa immediata e semplicissima per chi non ha familiarità con il graphic design. Il bello, però, è che tutti questi oggetti si presentano fin dall’inizio come delle tele bianche, pronte a ricevere le idee e lo stile del grafico – artista.

Certo, ci sono delle regole di fondo da non dimenticare: nello striscione pubblicitario sarebbe del tutto inutile inserire dei testi o delle immagini difficilmente leggibili da lontano, così come sarebbe errato lasciarsi prendere dall’horror vacui nel creare una locandina. Detto ciò, non è sbagliato guardare al manifesto come a un quadro, allo slogan pubblicitario come a un breve componimento poetico, o allo spot in tv come a un breve film. Del resto, come è noto, il connubio tra arte e pubblicità esiste da tantissimo tempo.

Arte e pubblicità, dalla Belle Epoque in poi

C’è stato un tempo in cui la collaborazione tra artisti e pubblicitari era semplicemente scontata. Parliamo degli anni della Belle Epoque, tra Ottocento e Novecento, quando i manifesti pubblicitari e i banner che si trovavano in strada, nei locali e sui mezzi pubblici erano firmati da alcuni dei più grandi e interessanti artisti dell’epoca. Si pensi per esempio alle famose e stupende litografie di Toulouse-Lautrec per promuovere il Moulin Rouge, o alle serigrafie promozionali di Marcello Dudovich per dare visibilità al Liquore Strega, alla Pirelli, alla Rinascente e a tanti altri brand del periodo.

In Italia un movimento di artisti particolarmente vicino al mondo della pubblicità fu quello futurista, con diversi pittori a mettersi al servizi delle aziende: basti pensare per esempio alla fortunatissima collaborazione tra Depero e Campari.

Nei decenni successivi, e in particolare a partire dagli anni Cinquanta, con il boom economico, il campo pubblicitario si allontanò leggermente da quello dell’arte per avvicinarsi un po’ di più a quello della scienza: per dare visibilità a prodotti e aziende si ricorreva infatti sempre di più alla sociologia, alla psicologia e via dicendo. Questo però non cancellava del tutto il ricorso all’arte, anzi; si pensi ai lavori di Bruno Munari e di Armando Testa, con i suoi indimenticabili lavori per Lavazza, Peroni, Pirelli, Esso e così via.

L’arte nella pubblicità, oggi

Il vero passaggio verso la modernità avviene però a partire dagli anni Sessanta, con l’esplodere del consumismo e con l’arrivo di una nuova pubblicità consapevole di questo nuovo step: è l’epoca della pubblicità in stile pop-art, a partire dai celebri barattoli di Campbell’s soup disegnati da Andy Warhol.

E il connubio tra arte e pubblicità continua ancora oggi, a tutti i livelli. Non si parla peraltro solo della grafica. Pensiamo per esempio agli slogan, che non di rado riprendono motivi letterari ben noti: è il caso di una recente pubblicità Conad, che riprende le parole di John Donne “nessun uomo è un’isola” per metterle nel proprio incipit “nessun uomo è un’isola, e nemmeno un supermercato”. E pensiamo a tutti i registi famosi che si sono prestati alla pubblicità, da David Lynch a Wes Anderson per arrivare al nostro Paolo Sorrentino

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